Siate ribelli

Sii la versione originale di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro.
(Judy Garland)

 

Probabilmente la ribellione evoca un’idea sovversiva, richiama alla mente l’idea dell’insurrezione brutale. Nella realtà però essere ribelle non significa necessariamente armarsi e fare rivoluzioni violente.

Tutt’altro.

L’invito a essere ribelle è invece un monito a deporre l’ansia del conformismo.

Spesso il bisogno di essere accettati o la paura di non essere adeguati a un costume o a un contesto, ci portano ad uniformarci a modelli, a schemi, a percorsi. Un po’ come bambini o ragazzini nella sicurezza del branco. A lungo andare questo mette a repentaglio la nostra unicità, limita fortemente la nostra personalità, frena la nostra crescita personale.

Per evolvere invece è essenziale tirar fuori le nostre potenzialità, esercitare il pensiero critico, uscire dagli stereotipi, sperimentare nuove possibilità.

Il ribelle mette in discussione modelli, rompe schemi, cambia percorsi, sulla base delle sue informazioni e opinioni, al servizio dei suoi obiettivi, con la volontà e la determinazione di modificare e migliorare ciò che esiste. Non si ferma a ciò che viene affermato, vuole verificare. Di fronte a un problema che si dice senza soluzione osa mutare la prospettiva.

Il ribelle non si rassegna al labirinto, cerca la via d’uscita con ogni mezzo.

È uno che non si accontenta delle risposte note, incalza con domande.

A costo di sbagliare, tira fuori il coraggio. Alla quiete insoddisfacente preferisce l’azione che potrebbe portare soddisfazione.

 

Perché è dunque importante essere ribelli?

 

a)per essere se stessi, per non tarparsi le ali;

b)perché la ribellione è come un grimaldello: apre porte, scardina preconcetti, forza chiusure;

c)perché stimola gli altri: la curiosità del ribelle è una molla importante, genera un impulso alle novità, alle possibilità;

d)perché tutti i passi avanti sono determinati da un fattore di rottura: il ribelle fa breccia e spalanca orizzonti che il conformismo celerebbe.

Essere buoni ribelli, sia chiaro, non significa infrangere le regole per il solo gusto di farlo. Vuol dire apportare qualcosa, dare il proprio contributo, accendere una scintilla.

Ecco perché essere ribelli è un valore aggiunto. Non solo esprime qualità, coraggio, passione, intraprendenza. È anche un fondamentale impulso all’innovazione, all’evoluzione.

Tutte le invenzioni sono nate da qualcuno che non si è accontentato dell’evidenza.

I colpi di genio spesso non sono che le ostinazioni di un ribelle. Le intuizioni vengono a chi ha lo spirito mai pago del noto e teso all’ignoto.

Invece di ripetere ciò che si è sempre fatto in un certo modo, il ribelle indaga sul perché ed è pronto a tentare un modo più funzionale.

Nelle aziende, nei gruppi, nelle squadre, il buon ribelle è essenziale.

Non quello che crea scompiglio, il polemico, l’inconcludente fuori dalle righe, ma il buon ribelle.

È quello che incalza, mette fermento utile, solleva opportunità, scandaglia ipotesi alternative.

In sostanza è l’elemento che smuove efficacemente le acque.

Quelli che giudichiamo talenti sono sovente ribelli. Emergono, con audacia, anche grazie a quel guizzo che li porta a considerare sempre strade e soluzioni differenti. Naturalmente, meglio ribadirlo, la buona ribellione è “disciplinata”, sembra un paradosso ma non lo è, dalle competenze e dalle capacità. Occorre insomma scongiurare il rischio che il ribelle sia solo refrattario all’ordine e all’autorità e getti unicamente scompiglio.

Possiamo dire che la ribellione è un’energia da canalizzare saggiamente!

 

Stefano Pigolotti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *